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SUMMARY:TERMOLI. Paolo Crepet - Il reato di pensare
DESCRIPTION:Paolo Crepet sarà al Teatro Verde di Termoli (CB) il 9 luglio con “Il reato di pensare” (inizio ore 21.00).\nLo spettacolo è organizzato da Mia Eventi Live. \nBiglietti in vendita online e sul circuito prevendite di TicketOne.\nQuesti i prezzi:\nI Settore 50.00 €\nII Settore 45.00 €\nIII Settore 38.00 € \nPaolo Crepet “Il reato di pensare” \nIl reato di pensare è un impercettibile filo spinato che inibisce la mente di chi ancora vorrebbe immaginare senza paura di pensare a ciò che sta pensando.\nDa che mondo è mondo despoti\, potenti\, dittatori\, ma anche semplici cittadini – basterebbe pensare alle relazioni sentimentali e familiari – hanno temuto il pensiero libero. La storia insegna che i conflitti sono nati per sradicare\, impedire\, punire chiunque abbia cercato di esprimere le proprie opinioni. Il linguaggio – ogni forma espressiva – è lo strumento più facile da controllare; non il pensiero che rimane spesso celato\, alimentando sospetti\, paranoie\, dubbi su fedeltà e obbedienza\, disponibilità alla sudditanza\, propensione al tradimento. Per questo l’immaginazione è sempre più ricca delle parole\, quindi insidiosa e potenzialmente pericolosa.\nEppure\, dopo secoli di civilizzazione una parte consistente dell’umanità aveva lambito una certa idea di libertà. Molti sono convinti che il prossimo futuro consentirà nuove frontiere\, avanzamenti\, conquiste civili. Nonostante nuove guerre e massacri molti continuano a essere convinti che lo spazio per le libertà continuerà ad ampliarsi. \nQuesto spettacolo nasce invece da sensazione diversa: stiamo lambendo un imprevisto quasi paradossale\, un limite che silenziosamente sta facendo regredire la civiltà invece di garantirne un progresso.\nUna muraglia invisibile per secoli ha sfidato l’umanità più coraggiosa\, ora sembra illuderla.\nQualcosa è andato storto\, ormai evidente anche a chi non vuole ammetterlo e preoccuparsene: viviamo una contraddizione lacerante. Vedo attorno a me gente confusa che in parte cerca nuove parole\, mentre altri percepiscono una visione assottigliata dalle proprie\, smisurate necessità individuali. Come se\, abbattendo nuovi muri e pronunciando parole che solo qualche decennio fa sarebbero sembrate blasfeme\,\nimprovvisamente fossimo dominati dall’eco silenzioso di nuove paure generate dall’angoscia che quelle stesse nuove forme di libertà siano improvvisamente diventate abbagli\, azzardi\, pericoli\, insuete forme di ansia e di inquietudine.\nSta avanzando l’idea che le libertà debbano essere frammentate\, limitate entro nuovi vocabolari\, schemi.\nAddomesticare le parole\, quindi il pensiero che le genera\, porta alla normalizzazione che fa parte di una regola del nuovo marketing ideologico. Temo che possa accadere qualcosa di più: che si faccia avanti l’esigenza un nuovo “codice” che disciplina il pensiero. Non saranno più la morale\, l’etica o i sensi di colpa\, ma un ritorno indietro all’idea che le parole\, ma soprattutto l’ispirazione che le genera\, debbano essere auto-inibite. Una forma di censura autoindotta che permetta un asservimento di massa.\nPer ottenere questo occorre un metodo efficace\, una regola regina per evitare che il fiume libertario straripi e riporti la mostra comunità a una massa di individui controllabili non per le loro scelte\, ma per ciò che le genera\, il pensiero.\nIl reato di pensare inciderà sulla reciprocità\, così svanisce la contaminazione culturale\, emotiva\, relazionale. Si arriva a essere atterriti delle proprie idee\, dall’idea e dalla necessità di esporle.\nAlla radice di ogni forma di libertà c’è il pensiero\, l’esercizio del libero arbitrio. Se per la prima volta nella storia dell’umanità si decidesse\, senza nemmeno imbarazzarcene\, che per seguire le regole del mercato e\ndella politica si deve proibirlo\, inibirlo\, scioglierlo fino a frammentarlo a schegge insignificanti\, che ne sarà della nostra immaginazione\, del nostro genio che nasce dalla disubbidienza all’omologazione?\nLimitando la formazione del pensiero si potrà controllare il futuro. E’ una fantasia che non hanno solo molte aziende\, ma anche politici\, capi spirituali\, intellettuali. Sono le persone che vorrebbero un’umanità\nattanagliata dalla paura dell’idea stessa di riflettere? Al posto di un futuro fantastico e gioioso\, c’è chivorrebbe indurre ognuno a imprigionare la propria mente\, diventando replicanti\, inibiti nella critica e del dubbio.\nIl reato di pensare non ha bisogno di nuove leggi\, anche perché a ben guardare esiste già senza che ce ne siamo accorti. Quante forme di “politicamente corretto” stanno distorcendo la formazione dell’ideazione\, quanti veti ideologici e contro- ideologici stanno costruendo nuove gabbie invisibili ma paralizzanti\, quante censure e autocensure ci stiamo imponendo pensando che siano nuove forme di libertà?\nGià oggi è diventato difficile scrivere\, parlare\, esprimere un giudizio liberamente dovendo tener conto di una censura che\, già alle radici (o meglio nel software della nostra tecnologica digitale) sta tarlando il grande albero della libertà individuale.\nSe l’espressione libera del pensiero diventa un ostacolo a un futuro basato su nuovi dogmi\, steccati\nideologici\, algoritmi inventati per controllare ogni sillaba\, che fine faranno l’innovazione\, il prodigio\, la creatività che non si bada sulla replica?\nChi scoprirà le Nuove Indie? Chi troverà il coraggio di cercare l’originalità della nostra mente?
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