In Molise i campioni paralimpici Acerbi e Trieste

Ururi e Petacciato ospitano i grandi campioni paralimpici italiani per raccontarsi e porre al servizio di grandi e piccini la loro storia e le loro imprese e dimostrare come la “disabilità” sia una ricchezza di cui non doversi vergognare, anzi da vivere con grande “normalità” e grande sapore di vittoria. Ururi, paese che dell’accoglienza ne fa una bandiera, ospiterà presso i locali del caffè letterario i due campioni Ferdinando Acerbi – del presente e del futuro prossimo – e Giuseppe Trieste – del passato e una delle prime medaglie paralimpiche italiane – il 21 aprile a partire dalle ore 18. Lo stesso farà Petacciato, grazie all’istituto comprensivo “Vincenzo Cuoco”, il 22 aprile a partire dalle ore 9,30 presso la palestra dell’istituto. Gli alunni del Comprensivo abbracceranno gli atleti e avranno l’opportunità di vedere sul grande schermo la vita dei due atleti. Due storie fra tante. Non certo uniche, non certo le più significative, ma che vanno raccontate.

Ferdinando Acerbi, campione paralimpico, presidente dell’Associazione Atleti Speciali. Era una calda giornata del 2004. L’immersione nel Mar Rosso era stata splendida e tutto era andato bene. Ma quando il gruppo riemerse dalle profondità marine, si accorse che mancava un uomo. Ferdinando era sub esperto, responsabile del gruppo e immediatamente decise di reimmergersi. Trovò l’altro sub in stallo a 80 metri di profondità. Per salvarlo doveva fare in fretta, il più in fretta possibile. Sapeva quali rischi corre, ma sapeva anche che c’era in gioco la vita di un uomo, di cui si sentiva responsabile. Lo portò sulla barca, gli tolse la muta, gli fece le compressioni, ma poi Ferdinando svenne. Si risvegliò in una camera iperbarica dopo nove ore di trattamento. Uscì da lì con le sue gambe, ma la notte ci fu il crollo: paralisi totale alle braccia e alle gambe. Tetraplegia. L’embolia gassosa danneggiò il midollo osseo, la centralina dei suoi arti. Non si esce da tale condizione senza sforzi atroci e terribili sofferenze. Un evento come questo frantuma ogni illusione, guarda con disprezzo le anime belle, copre di disgusto il “volere è potere” di chi ancora deve affrontare la vita, quella vera. Due anni di sedia a rotelle sono ore, giorni, mesi, anni di disperazione. Cambiano ogni molecola del tuo corpo e del tuo spirito, infrangono ogni visione del futuro, combattono ogni speranza, esaltano un passato a cui non si ritornerà più. I ricordi sono ferite e le relazioni divengono un mare in tempesta. Rialzarsi è roba da titani. Essergli a fianco è da eroi. Ferdinando comincia una lunghissima rieducazione che più che a un allenamento assomiglia a un’ignobile tortura. Facile dire “trasforma un problema in crescita”. Nella realtà è molto più facile fare il contrario: ovvero mollare, rinunciare, lasciarsi andare. E Ferdinando certo passa attraverso l’uno e l’altro. Lotta e rinuncia, si allena e maledice il mondo, si dispera e ritrova la speranza. Ma poi ogni piccola conquista si tramuta in forza. Il carattere è il muscolo più complicato da allenare. Il suo passato da sportivo lo aiuta. Ma lo sport è un gioco, la vita è impresa rischiosa. Prima riesce a ottenere il recupero delle braccia, poi quello almeno parziale delle gambe, peraltro ormai prive di sensibilità. E così si aprono nuovi scenari. Si tratta di reinventarsi l’intera esistenza, di adattarla al cambiamento fisico. Ferdinando ha nostalgia di chi era, ma non ha la più pallida idea di chi è e di chi sarà. Sperimenta la vita nuova. Lui che domava cavalli imbizzarriti e guidava da skipper fra onde furiose. Lui che aveva fatto del corpo il suo punto di forza. Trascendere vuol dire trasformare un evento traumatico in una crescita complessiva. Si tratta di aprire un nuovo allenamento, più complesso e difficile: quello sul senso e sul significato della propria esistenza. Ferdinando resiste, si allena, riconquista alcune funzioni motorie considerate perdute, ma non si ferma. Va oltre. Nella fatica e nel tormento si scopre fragile, vulnerabile, limitato. Ma nelle conquiste, nella perseveranza, nell’amore dei suoi cari, si scopre forte come mai era stato prima. Forte dentro, in quello che i più chiamiamo spirito o forza del carattere. Una forza sprigiona un’energia da indirizzare, da valorizzare. Ma come? Audacia e creatività, sue potenzialità da sempre, gli vengono in soccorso. Ferdinando decide di fondare una cooperativa per fornire servizi digitali ai disabili. Il significato sta nello scegliere una vita che renderà felici gli altri a partire dai suoi cari, lo scopo sarà fondare un’impresa innovativa al servizio dei disabili, il senso, ovvero la strategia, sarà di allenare al meglio ogni competenza e potenzialità funzionale alla meta. L’impresa comincia ad andare, i prodotti sono innovativi e veramente utili, si trovano anche finanziamenti (pochi) ma la giungla delle pubbliche amministrazioni riesce a sconfortare anche i più determinati. Come far crescere l’impresa in modo sempre più indipendente? Come dargli visibilità? A volte quando si deve chiarire il futuro, il passato aiuta. Ferdinando è stato un agonista nell’equitazione, un campione nell’altra vita. Tornare allo sport di altissimo livello, come il paradressage, darebbe visibilità e questo avvantaggerebbe l’impresa, i suoi collaboratori e soprattutto i suoi clienti. Ma come farlo nelle nuove condizioni? Non basta la forza del carattere o l’impegno, ci vuole un nuovo allenamento, un allenamento per un talento che sia sportivo, mentale, umano, trascendente. Si chiama talento umanista, quel talento che rende felice gli altri grazie alla valorizzazione massima delle proprie potenzialità. Ferdinando deve affrontare le paure, l’impresa, i costi, i sacrifici, l’equilibrio fra i vari aspetti, le relazioni sentimentali, il cavallo, la sua cura, i rapporti con i media, con la federazione. Servono lucidità, audacia, creatività, amore, perseveranza, strategia e tattica. Ferdinando ricomincia da allenarsi, riprende fisioterapia perché i dolori a cavallo riaffiorano come mai, si allena con i coach tecnici e con quelli umanisti, deve affrontare gli aspetti più difficili del suo carattere e valorizzare le persone che lo allenano. Lavora sul programma di allenamento, le date, la mente, la performance, l’impresa, l’immagine che vuole dare, i suoi punti di forza e i suoi lati oscuri. L’immagine senza sostanza per lui è aria fritta. Ritorna sul significato e sul senso. Si accorge che la sua è anche un’impresa di speranza: un messaggio umile e ottimista a chi ha sofferto. C’è sempre la possibilità di rialzarsi, di cambiare, di ritrovare e riscoprire la felicità. La fatica, l’impegno, la rielaborazione del significato della propria vita, l’allenamento delle proprie potenzialità riescono a fare miracoli. È dura, durissima la strada. Non fa sconti ed è piena di minacce. Ma è possibile, è categoricamente possibile una rinascita complessiva e felice. E Ferdinando gareggia, perde, poi vince, poi perde e di nuovo vince e va a Rio come membro della nazionale italiana alle Paralimpiadi, come atleta e come ispirazione per tutti noi.

Giuseppe Trieste, già campione paralimpico, Presidente Fiaba (Fondo Abbattimento Barriere Architettoniche). Giuseppe nasce in provincia di Reggio Calabria nel 1950. A soli 11 anni a seguito di una caduta da un albero riporta una lesione spinale che lo costringe in carrozzina a vita. Ma Giuseppe trasforma una disgrazia in opportunità: si trasferisce a Roma e nel 1965 partecipa al primo campionato del Mondo per disabili a Londra, fonda l’ANSPI (Associazione Nazionale Sport Paraplegici Italiani), che darà vita poi all’odierno Comitato Paralimpico Italiano. Fino al 1980 sarà protagonista nel mondo dello sport. Campione plurimedagliato alle olimpiadi di Germania (1972), Russia (1976), Canada (1980). Dal 1980 inizia ad occuparsi della sfera della salute e del lavoro delle persone con disabilità. Nel 1983 è fondatore dell’Associazione Tutela Handicappati ed Invalidi e nel 1984 inizia un’opera di sensibilizzazione e di divulgazione organizzando tra l’84 ed il ’90 Congressi Nazionali ed Internazionali. Si guadagna sul campo titoli e ruoli istituzionali quale cofondatore e membro del consiglio CIDUE con rapporti con l’EU, diventa membro della consulta per l’Handicap (Ministero Affari Sociali), dell’osservatorio Nazionale del Volontariato e della Commissione al Ministero della Sanità. Nel 2000 fonda FIABA e diventa membro e perno principale della Commissione del Giubileo dei disabili. Membro dell’Osservatorio Nazionale del Volontariato, presiede varie Consulte regionali, e coordinatore delle attività in materia di disabilità afferenti al Ministero per i Beni e le attività Culturali. Inizia così un tour, documentato dalla Rai, in tutta Italia e non solo, per favorire e divulgare la necessità di una Total Quality, che ha dato la spinta propulsiva alla legge sull’abbattimento delle barriere architettoniche. Nel 2003 la Presidenza del Consiglio raccoglie le sue istanze ed istituisce la Giornata Nazionale per l’Abbattimento delle Barriere Architettoniche, denominata FIABADAY e fissata la prima domenica di ottobre di ogni anno. Viene insignito dal Capo dello Stato ed oggi è Cav. Gran Ufficiale ed è l’uomo che tutti noi vorremmo essere.

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