Un viaggio di piacere che si trasforma in un incubo, dal paradiso all’inferno senza un’apparente possibilità di salvarsi. E’ l’ardua sfida in cui si ritrova coinvolto un gruppo di ragazzi italiani che viene inizialmente catapultato da una parte all’altra del mondo in una sorta di viaggio premio fino ad una meta da sogno: i Caraibi. Ben presto però i protagonisti notano particolari che accendono i loro sospetti e accettano di andare fino in fondo combattuti tra entusiasmo e scetticismo. Quando scoprono la terribile realtà che si cela dietro quello scenario quasi perfetto, per loro è troppo tardi tornare indietro e sono così costretti a fare squadra e combattere per la loro stessa sopravvivenza. “Ragazza di creta” è un thriller dalla trama scorrevole e coinvolgente, piacevole nei dialoghi e condito da elementi a tratti drammatici e scabrosi. Il primo romanzo di Serena Verdone è un percorso che parte dall’Asia Meridionale, precisamente in India, patria del buddismo, e che sembra costituire – grazie alle dettagliate descrizioni del culto locale e dell’ambiente circostante fornite dalla voce narrante, che ‘presta’ la parola agli occhi dei personaggi, – l’inizio di un viaggio onirico e spirituale, la cui disavventura successivamente vissuta rappresenta una manifestazione materiale della discesa agli inferi, conclusasi con la rinascita grazie alla cooperazione e alla solidarietà. Alla fine nel lettore resta aperta una domanda: chi è la ragazza di creta e cosa rappresenta? La libera interpretazione lascia aperta la possibilità di fornire più risposte ma è ancora una volta l’autrice a indirizzare i significati, con quel primo capitolo apparentemente staccato dal resto della trama: l’argilla quale elemento dominante nella scultura buddista ma anche riferimento metaforico alla terra, intesa come uno dei cinque elementi costitutivi del corpo e della mente, fondamentale per comprendere la natura dell’esistenza e i processi di nascita e morte (anche noto come Saṃsāra, termine di origine sanscrita, così come è di origine sanscrita il nome di una delle protagoniste, Swami, tanto caro all’autrice). Il finale aperto, tipico di molti romanzi thriller e dell’orrore, potrebbe costituire sia una ‘trovata’ romanzesca di chi scrive, sia un ulteriore punto di riflessione che pone tutti noi di fronte alla scelta, anche se questa appare assurda per chi giudica all’esterno della ‘finzione’ del romanzo.
“Ho voluto ambientare questo libro tra gli anni ’80 e ’90, un periodo che per me rappresenta un tempo magico, di benessere autentico, fatto di emozioni semplici ma profonde, di valori che oggi sembrano smarriti”, ci spiega Serena. “Era un’epoca in cui tutto sembrava possibile, e in cui anche i sogni avevano un sapore più vero”.
“Nella prima parte – continua l’autrice – racconto alcuni dei miei viaggi, arricchiti da dettagli legati proprio a quegli anni: atmosfere, luoghi, incontri che portano con sé il sapore di un tempo che non c’è più, ma che continua a vivere nei ricordi”.
“La ragazza di creta – conclude – è il simbolo di ciò che è fragile e vivo allo stesso tempo. La creta può essere modellata, ma se trascurata si secca, si rompe, si sgretola. Come accade ai sentimenti non ascoltati, alle emozioni ignorate, alle relazioni lasciate senza cura. In lei si riflette il cuore del libro: la bellezza e la fatica di custodire ciò che conta davvero”.
Per ulteriori informazioni e per acquistare il libro clicca qui.