Era la sera del 7 gennaio 1978 quando a Roma, davanti alla sezione del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larentia, un commando armato formato da estremisti di sinistra uccise tre giovani militanti del Fronte della Gioventù: Franco Bigonzetti, Stefano Recchioni e Francesco Ciavatta, il ragazzo molisano che quella sera vide interrompersi brutalmente la vita a soli diciotto anni. Ciavatta era nato a Montagano l’11 settembre 1959 da una famiglia umile che, come molte altre famiglie molisane dell’epoca, si era trasferita nella capitale alla ricerca di un futuro migliore, portando con sé il senso di sacrificio e la tenacia tipiche della sua terra. A Roma, Francesco Ciavatta frequentava le scuole superiori e coltivò sin da subito la passione per la politica, un interesse che viveva con entusiasmo e che condivideva con tanti altri ragazzi che si ritrovavano in via Acca Larentia, un luogo che per loro era un punto di ritrovo, un pezzo di quotidianità, dove ci si poteva sentire parte di qualcosa. Erano giovani accomunati dalla stessa visione politica, ragazzi che non avevano colpe se non quella di professare liberamente un’idea, e che mai avrebbero potuto immaginare di andare incontro a un destino così crudele.
La violenza di quella sera li travolse senza lasciar loro scampo, trasformando una normale giornata di militanza in una tragedia destinata a segnare per sempre la storia degli anni di piombo. La dinamica dell’agguato fu rapida e spietata: mentre i giovani uscivano dalla sezione, un gruppo armato appostato nelle vicinanze aprì il fuoco. Francesco Ciavatta, ferito dai primi spari, tentò istintivamente di fuggire lungo la scalinata situata a lato dell’ingresso, cercando riparo, ma non ebbe scampo: venne raggiunto poco dopo da altri colpi, crollando a terra pochi metri più avanti. La sua morte, come quella degli altri due ragazzi, rimase senza colpevoli definitivi. Le indagini, i processi, le ipotesi investigative non riuscirono mai a restituire un nome certo dei responsabili materiali della strage. Una vicenda giudiziaria irrisolta che ha lasciato dietro di sé una ferita ancora aperta, un dolore che continua a interrogare la memoria nazionale.
Ricordare oggi, a 48 anni di distanza, Francesco Ciavatta significa restituire umanità a una storia troppo spesso schiacciata dalle contrapposizioni ideologiche. Significa riconoscere che dietro le cronache degli anni di piombo c’erano ragazzi pieni di vita, con speranze, affetti, famiglie, e che nessuna idea, nessuna appartenenza, può giustificare la violenza. La memoria non deve trasformarsi in rancore: l’odio è la stessa forza cieca che allora strappò la vita a quei giovani. La memoria, al contrario, deve essere un modo per comprendere ciò che è stato, per impedire che simili tragedie possano ripetersi, per ricordare che la democrazia vive solo dove il confronto non diventa mai annientamento dell’altro.
E l’intero Molise ha il dovere di ricordare un figlio della sua terra, un giovane che non ha avuto il tempo di diventare adulto. Ricordarlo significa affermare che la libertà di pensiero non può mai essere pagata con il sangue e, al tempo stesso, significa ribadire che una comunità che dimentica i suoi figli smarrisce una parte di sé. Francesco Ciavatta appartiene alla storia del Molise e dell’Italia: ricordarlo oggi non è un gesto politico, ma un atto di giustizia verso un ragazzo che aveva appena iniziato a vivere ed è un monito affinché la stagione delle violenze politiche non torni mai più.
Alessandro Alfonso

sabato 10 Gennaio 2026 - 12:00:49 AM
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