In attesa della nomina dei due nuovi consulenti del ‘Robert Koch Institute’ di Berlino da parte della Procura di Larino (in programma il 29 giugno a Pavia), nell’ambito del duplice omicidio per avvelenamento di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita di Pietracatella, emerge dalle carte notificate alle parti – così come riporta l’Ansa – che sono complessivamente 70 gli alimenti finiti sotto sequestro per essere analizzati al fine di trovare tracce di ricina (il veleno risultato letale a madre e figlia durante i giorni di Natale scorso). In particolare, oltre ai 19 alimenti che furono sequestrati il 29 dicembre nell’abitazione di Gianni Di Vita, al secondo piano dello stabile in via Risorgimento, a Pietracatella (al cui ingresso sono ancora posti i sigilli), ci sono altri prodotti, tra cui alimenti fatti in casa e alimenti acquistati e confezionati, di varie marche, che furono prelevati il 7 gennaio. Circa 35 si trovavano nel frigo e nel freezer presenti nell’appartamento della famiglia Di Vita, mentre una quindicina erano nell’appartamento al primo piano dove viveva (prima del sequestro dello stabile) la madre di Gianni Di Vita. Tutto il materiale sequestrato è poi finito in mano all’Istituto Zooprofilattico di Abruzzo e Molise. Tutti i professionisti competenti finora nominati avranno il compito di verificare se siano presenti tracce di ricina in questi alimenti, così come su indumenti, mobili e altri oggetti presenti nella casa della famiglia Di Vita.
Di Giacomo: “Indagini ad un punto di svolta. Gli inquirenti posso stringere il cerchio”
“Sul caso Pietracatella i punti fermi sono ormai chiari: la morte per ricina, una presenza femminile nell’area del delitto e la possibilità concreta che entro luglio si arrivi all’iscrizione di una o più persone nel registro degli indagati. Ora però il tema non è più ripetere ciò che è già emerso, ma leggere il significato delle ultime novità investigative: i telefoni, le chat, le contraddizioni raccolte nei verbali e la denuncia di una persona vicina alla famiglia indicano che l’inchiesta è arrivata a un passaggio decisivo”. È quanto dichiara Aldo Di Giacomo, esperto di criminologia e da trent’anni impegnato nell’analisi dei fenomeni criminali più complessi. “Non siamo più nella fase delle ipotesi larghe. Gli investigatori hanno ascoltato un numero enorme di persone rispetto alla popolazione adulta di Pietracatella, arrivando a una quota che può essere stimata intorno al 20 per cento. Questo significa che l’inchiesta ha scavato in profondità nel paese, nelle relazioni familiari, nelle amicizie, nei rapporti personali e nelle versioni rese da chi poteva sapere qualcosa”. Secondo Di Giacomo, proprio questa ampiezza dell’attività investigativa rende inevitabile una svolta. “Quando si arriva a sentire così tante persone, quando si analizzano telefoni, computer, chat e rapporti personali, il problema non è più capire genericamente dove guardare. Il problema è mettere in fila gli elementi già raccolti e trasformarli in un quadro probatorio coerente. A questo punto gli investigatori dovrebbero avere già in mano molto di ciò che serve”. Per Di Giacomo, l’analisi dei telefoni e dei dispositivi informatici rappresenta il passaggio più importante. “Dai telefoni non sarebbero usciti dettagli marginali, ma elementi concreti. Se dalle chat emerge la volontà di Antonella di divorziare, se emerge che il clima familiare non era così sereno come qualcuno aveva rappresentato, allora cambia la lettura del contesto. Non significa indicare automaticamente un colpevole, ma significa dire che la narrazione iniziale della famiglia senza ombre non regge più. E nei delitti costruiti dentro rapporti stretti, quando cade la narrazione iniziale spesso si apre la strada verso la verità”. La denuncia di un’amica di famiglia per favoreggiamento o false dichiarazioni, secondo Di Giacomo, è un segnale da non sottovalutare. “Non è un dettaglio secondario. Significa che gli investigatori ritengono che qualcosa sia stato taciuto, alterato o non riferito correttamente. Nei delitti maturati dentro contesti ristretti, chi mente o nasconde anche solo una parte della verità può diventare decisivo quanto chi materialmente ha agito. Perché in casi come questo non sempre si trova la prova schiacciante: spesso si costruisce la verità attraverso una catena di indizi coerenti, consequenziali e collegati tra loro”. Di Giacomo richiama anche il rischio di un “effetto Garlasco”. “Quando un’indagine entra in una fase così delicata, il pericolo non è soltanto quello di correre troppo. Il vero rischio, oggi, è l’opposto: avere paura di decidere anche quando gli elementi ci sono. In questo caso non bisogna aspettarsi la prova unica e schiacciante, perché il veleno raramente lascia una scena del crimine semplice da leggere. La verità processuale potrà costruirsi attraverso una sequenza di elementi: movente, accesso, contesto familiare, chat, contraddizioni, omissioni, rapporti personali e possibilità materiale di somministrazione”. Per questo, secondo Di Giacomo, ulteriori ritardi nell’iscrizione nel registro degli indagati rischierebbero di diventare controproducenti. “L’iscrizione nel registro degli indagati non è una condanna, ma uno strumento di garanzia e di indagine. Serve anche a cristallizzare atti, responsabilità, difese, consulenze e accertamenti. Se gli investigatori hanno già in mano ciò che serve — e tutto lascia pensare che molti elementi siano ormai sul tavolo — continuare a rinviare potrebbe diventare pericoloso per la stessa prosecuzione dell’inchiesta”. Di Giacomo conclude: “Pietracatella non è più soltanto il giallo della ricina. È il caso delle relazioni, dei silenzi, delle versioni che non tornano e delle verità rimaste nascoste dentro rapporti apparentemente normali. Per questo resto convinto che siamo vicini agli indagati. Entro luglio, se non prima, il cerchio dovrà necessariamente stringersi”.




