Giornalismo, donne, migrazioni: esperti a confronto su passato e presente. FOTO

Prosegue il cartellone eventi di ‘Rocciamorgia’. Dopo l’inaugurazione a Trivento della mostra ‘In prima pagina’ curata dal giornalista Enzo Luongo in cui sono esposte in rassegna le prime pagine le notizie più significative trattate nel passato sia dalle testate molisane che da quelle nazionali (resterà aperta fino a sabato 11), il 4 agosto, presso la sala consiliare di Pietracupa, la tavola rotonda “Rocciamorgia Donna”. Il primo gesto rivoluzionario, diceva Rosa Luxemburg, è chiamare le cose con il loro vero nome. Sono passati anni da questa affermazione e ci si ritrova ancora oggi a discuterne perché il linguaggio e, quindi, gli stereotipi che ancora pervadono la nostra società rendono invisibili le donne. Con la docente universitaria Fridanna Maricchiolo è stato questo il fulcro del dialogo che ha visto numerosi partecipanti, di cui molti uomini. È emerso, durante gli interventi, un quadro spesso caratterizzato da luci e ombre. Se da un lato le donne hanno raggiunto posizioni di prestigio vi è ancora la tendenza, forse per abitudine e un retaggio culturale difficile da scardinare, di perdere quello stesso prestigio e credibilità. E questo nel corso degli anni mette un freno a un’evoluzione del concetto di parità di genere e abbattimento degli stereotipi. Nell’intervento di Marilena Ferrante – Donne e Lettere, si è parlato delle rappresentazioni stereotipate del maschile e del femminile, che si perpetuano nei secoli in vari contesti sociali e a tutti i livelli. Da assidua lettrice di romanzi, la Ferrante ha portato all’attenzione della platea testi come quello della Maraini con “La lunga vita di Marianna Ucrìa” che sottolinea il divario di una condizione femminile minoritaria, umiliante e per molti aspetti devastante di una Sicilia di metà Settecento che la vede acquisire nel tempo una consapevolezza e guardare così gli eventi in una nuova luce e di rivendicazione dei propri diritti. Dal Settecento al Novecento con la storia di Rita Atria. Marilena Ferrante ha analizzato il libro “Volevo nasce vento” dove viene raccontata in forma di romanzo la storia di Rita che ha vissuto per anni con “il mostro” (la mafia), ma non si fermata davanti a nessuna ritorsione. L’incontro con Borsellino è stato per lei importante tanto da definirlo un perno della propria vita tanto che quando viene dilaniato con la sua scorta la giovane Rita subisce un crollo e perdita nelle sue speranze. Una donna che rappresenta da anni una icona per coloro che tradivano per ribellarsi all’oppressione e soprusi. La mattinata è poi proseguita con l’intervento di Maria Pia Ercolini che ha dato il via su Facebook al gruppo Toponomastica femminile. Una battaglia che l’ha vista in prima linea per rivendicare una maggiore attenzione alle strade intitolate prevalentemente ad uomini. L’intento, ha spiegato, è quello di fare pressione sul territorio per avere strade, piazze, giardini e luoghi urbani dedicati a donne per compensare l’evidente sessismo che ha l’attuale toponomastica. I nomi delle strade urbane, nell’Europa continentale, sono il risultato di scelte politiche e ideologiche ben chiare e consentono di leggere orientamenti e mode delle rispettive società. Nell’Italia preunitaria prevalevano il riferimento a santi, a mestieri esercitati sulle strade e alle caratteristiche fisiche del luogo. In seguito, la necessità di cementare gli ideali nazionali portò a ribattezzare strade e piazze, dedicandole a protagonisti, uomini, del Risorgimento e in generale della patria; con l’avvento della Repubblica, si decise di cancellare le matrici di regime e di valorizzare fatti ed eroi, uomini, della Resistenza. Ne deriva un immaginario collettivo di figure illustri esclusivamente maschili. Mancano quasi ovunque le donne della Costituente, ma sono assenti anche le musiciste e le letterate. E in Molise? Una situazione non rosea che vede per 136 Comuni molisani una scarsa attenzione alle tematiche di parità di genere. Infine l’intervento di Rosina Garritano, esponente del Pd nel Municipio IV Di Roma, ha portato la sua esperienza in ambito politico e come lei stessa creda che la memoria è fondamentale, soprattutto per le giovani generazioni, per ricordare da dove partiamo. Non c’è futuro senza memoria. Spesso si tende a dare per scontate molte situazioni, invece è una lotta continua l’affermazione dei diritti perché è facile tornare indietro.

Frontiere. E’ questo il tema affrontato nella seconda parte della giornata di Rocciamorgia 2018 a Pietracupa. Nella sala consiliare del Comune Alessandro La Noce e Fridanna Maricchiolo hanno ricordato il giornalista Alessandro Leogrande, morto lo scorso anno. Attraverso l’analisi degli scritti e del pensiero di Leogrande, infatti, i due relatori hanno affrontato il tema delle migrazioni. Interagendo con il pubblico si è dato vita a un dibattito proprio sul significato del termine frontiera e confine che a volte non sempre indica solo dei limiti geografici. “Un tema fondamentale che deve essere affrontato se si vuole pensare allo sviluppo del territorio – ha commentato Alessandro La Noce. – E’ importante affrontare certi fenomeni anche collegandoli ad un’esperienza importante come quella del giornalista Alessandro Leogrande che ha dedicato anima e corpo a questa tematica. A volte – ha continuato – quando si parla di un fenomeno complesso come quello delle migrazioni si risponde con una risposta semplice come può essere il populismo che trova un terreno fertile nella gente che non ama impegnarsi. È compito però degli intellettuali delle persone curiose affinchè ci sia sempre una convivenza civile, smontare certi toni e atteggiamenti”. Un dibattito, dunque, che ha portato alla consapevolezza che le migrazioni possono essere una risorsa per il nostro territorio e che non si può concludere in un pomeriggio ma che deve aprire tante menti e fare prendere coscienza del fenomeno e delle tematica. Fridanna Maricchiolo ha focalizzato l’attenzione sul senso dell’identità e attraverso un gioco ha invitato i presenti a scrivere di sé per otto volte rispondendo con una parola o una breve frase alla domanda ‘tu chi sei?’. Una sorta di viaggio in cui ognuno ha dovuto rinunciare a una parte di sé eliminando una risposta alla volta restando con una soltanto, l’unica parte di sé a cui non si rinuncerebbe. Un modo efficace per capire quanta sofferenza c’è in una persona che intraprende un viaggio rinunciando a pezzi della propria identità. A concludere la serata due concerti nella cornice suggestiva della morgia di Pietracupa. Susanna Buffa e Ludovica Valori con una musica tradizionale e popolare con canti di lavoro, canti di donne e di resistenza hanno lanciato il messaggio della resistenza femminile e del riscatto. A conclusione del loro concerto le due artiste hanno cantato ‘Bella Ciao’ rivisitata che ha raccontato la resistenza della donna che muore per la violenza, “ma che è stanca di morir”. Flo, accompagnata da Marcello Giannini, invece ha interpretato dei suoi brani che parlano delle donne che vivono in un mondo fondamentalmente di uomini e di cosa vuol dire fare musica oggi. Una musica e dei brani che accompagnano l’ascoltatore in un viaggio in posti lontani, visitati e sognati.

Omaggio a Porfirio. Una mattinata al Rocciamorgia – Il Molise di Mezzo tra Arti e Cultura dedicata alla Memoria e alla figura del partigiano Giovanni Porfirio. “Meditate che questo è stato”, si legge in una poesia di Primo Levi. Un verso che riflette tutto il valore e l’importanza della memoria: non solo affinché ciò che è stato non si ripeta, ma anche e soprattutto perché l’impossibilità della rassegnazione all’orrore e alla sua realtà continui a restare custodita nel tempo di chi sopravvive. Ed è con questo intento che l’ANPI e il ricercatore UniMol Fabrizio Nocera hanno portato avanti attività di ricerca sulla figura del partigiano Giovanni Porfirio. Un Festival nato a Trivento non ha potuto che omaggiare una personalità importante per la storia triventina. Ai piedi dell’imponente morgia Pietrafenda Fabrizio Nocera si è soffermato sulla banda partigiana di Giovanni Porfirio che operò proprio a Trivento mettendo in salvo soldati alleati, aiutando i civili a resistere e contrastando con determinazione i tedeschi ed i fascisti locali. Giovanni nacque nel 1897 e al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale avviarono la loro attività socialista. Nel 1925 Giovanni emigrò in America dove fece amicizia con alcuni operai sovietici e nel 1929 si recò a lavorare a Mosca. Tornò a Trivento nel 1935 e organizzò la resistenza antifascista locale. Dopo l’8 settembre del 1943, e per i primi mesi del 1944, con una banda partigiana aiutò diversi soldati americani, fatti prigionieri dai nazisti, a liberarsi, li fece nascondere in una cavità rocciosa a Contrada Pietrafonte fino a farli ricongiungere con le truppe alleate. Fu scoperto da alcuni delatori fascisti che lo denunciarono ai tedeschi, ma il Maresciallo dei Carabinieri di Trivento colpito dalla tenacia della compagna di Giovanni gli consentì di scappare con la famiglia a Campobasso già liberata dagli americani. Un racconto che ha coinvolto tutti i presenti e che ha visto celebrare la figura del partigiano con una targa commemorativa. “E’ un giusto ricordo – ha detto il sindaco Santorelli – la volontà di mettere questa targa in sua memoria e in un luogo così simbolico”. Storie e luoghi ignoti, e per i più anonimi, in un Molise distratto che spesso non conosce il coraggio di uomini e donne che hanno lottato per affermare la libertà.

Il terremoto dell’Italia centrale e lo spopolamento delle aree interne. ‘Gli spaesati’ è il libro di Angelo Ferracuti che ha fatto da filo conduttore nella terza giornata del festival ‘Rocciamorgia’, ambientata a Trivento, per ricordare il grande terremoto dell’Italia centrale del 24 agosto 2016. Il libro, come è stato spiegato da Alessandro La Noce, nasce da una collaborazione tra l’autore e il fotografo Giovanni Marrozzini, le cui foto rafforzano i contenuti scritti da Ferracuti. I racconti presenti nel libro partono da ciò che lo stesso autore aveva scritto per ‘Il Manifesto’, il giornale con cui collaborava, e da ciò è riuscito a mettere a fuoco la condizione umana in un determinato momento della storia. L’autore del libro – in collegamento telefonico – ha spiegato che ciò che racconta è la normale quotidianità di chi ha perso tutto, di chi ha subito un trauma e di chi è stato ‘deportato’ dal proprio paese. Dalle parole ed espressioni delle perone che ha incontrato in quei luoghi colpiti dal sisma, Ferracuti mette in evidenza la condizione umana di chi non ha più nulla e di come molto spesso si perde anche il senso di comunità. Come è stato spiegato da La Noce il lavoro di Ferracuti è stato reso possibile con il supporto di Spi Cgil. Grazie al sindacato, infatti, lo scrittore è riuscito ad arrivare in quei luoghi lasciati fuori dai mezzi di comunicazione ed è così arrivato a testimoniare il mutamento dell’identità che si costruisce andando a scovare in quell’intimità che troppo spesso non viene raccontata. Un’attenzione particolare viene data anche alla perdita del lavoro e alla volontà di voler mantenere alcuni mestieri, ma attenzione anche a chi vive in un senso di precarietà che non è vita. Si è poi proseguita la narrazione attraverso la musica. Con i canti di Susanna Buffo, accompagnata da Giuseppe Spedino Moffa, si è percorso un viaggio nelle quattro regioni del terremoto, Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio con canti popolari con storie di tradizioni, di vita, di amori e di lavoro. A concludere la serata la rappresentazione teatrale ‘A quel Paese’ di Eduarda Iscaro, una pièce teatrale che si ispira ai paesi dell’Appennino così come sono oggi, gente che va via, ragazzi che si spostano perché non c’è lavoro e chi torna dopo tanti anni dopo essere stati per molto tempo fuori o persone che hanno deciso di restare e che sono rimaste chiuse nel loro microcosmo senza aprirsi con l’esterno. Una carrellata di personaggi tutti ispirati a persone reali che vivono in quei paesi delle aree interne dell’Italia, che continuano a spopolarsi. Un momento della giornata è stato dedicato al ricordo di un uomo di cultura di Trivento, Vincenzo Scarano, morto prematuramente tra i suoi libri. Scarano ha sempre lavorato affinché si costruisse cultura. Un invito è stato lanciato dal direttore artistico di ‘Rocciamorgia’, Antonio Seibusi, per riconoscere il giusto merito a Vincenzo, attraverso l’esposizione dei suoi libri che potrebbero essere considerati patrimonio culturale di grande valore.

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