A Campolieto nei giorni scorsi c’è stata l’inaugurazione del murale “La fine della festa” dell’artista marchigiano Nicola Alessandrini, avvenuta in occasione dell’evento “Fuochi d’ARTIficio”. La popolazione locale ha espresso forte apprezzamento per l’immagine realizzata sulla facciata di un edificio in piazza San Giovanni in Galdo, raffigurante un San Michele Arcangelo in ginocchio che tiene per la coda e per la testa il diavolo. I soggetti non sono posizionati come nelle classiche raffigurazioni religiose ma sembrano guardarsi negli occhi, occhi coperti dalle stesse scintille dei fuochi d’artificio, questi ultimi mostrati in basso a sinistra nel disegno. Perché alla fine della lotta, così come alla fine della festa, cosa resta? E’ quello che si chiede l’artista, interrogando allo stesso tempo l’osservatore, con riferimenti al passato e al presente, e in particolare alle guerre che mandano al macero vite umane (migliaia? milioni?) per un “inutile sacrificio” dettato solo da interessi mascherati da ragioni di stato o religione, di fatto nemici dei popoli e del bene collettivo. Gli asterischi dei fuochi d’artificio sono un particolare che non sfugge e diventano termine di paragone. Come le bombe, come il fumo negli occhi gettato in chi è armato e messo l’uno contro l’altro. E quindi, chi è davvero San Michele e chi davvero il diavolo? Cosa ha portato questo scontro? E’ sicuro che il “nemico” è proprio quello di fronte a noi? In basso il commento dell’artista alla sua opera.
La fine della Festa
(San Michele Arcangelo & the Devil)
Campolieto (CB)
Cosa resta alla fine della festa?
Panze doloranti di pallotte cacio e ova nel tentativo di conquistare un sonno madido.
Passi ciabattati di chi rimane nelle cucine vuote a scrostare sughi vermigli dalle carcasse delle pentole sfiancate dal banchetto.
Nebbia persistente, carica ancora dell’odore sulfureo dell’ultimo fuoco d’artificio e dell’eco di spavento e di gioia, esplosione vibrante semantica che avrebbe anche potuto far saltare la mano del pirotecnico incauto o il capoccione del dittatore.
Restiamo noi due. A guardarci, a toccarci, a chiederci chi ha vinto, chi ha perso, chi è la vittima chi è il carnefice, nella perpetrazione perenne del gioco inutile del sacrificio, della carne ferita, della Santa Guerra, della fine della festa.





