Domani, sabato 16 maggio alle ore 16, presso la Chiesa della Madonna delle Grazie a Civita di Bojano, si svolgeranno i funerali di Nicola De Gregorio, il 50enne brutalmente ucciso nella sua cantina, della cui morte è accusato il 35enne Luigi Monaco, attualmente detenuto in carcere. Ieri è stata svolta l’autopsia sulla salma da parte del medico legale Luigi Cipolloni dell’Università di Foggia, affiancato dai consulenti di parte, il dottor Paolo Scarano per la difesa del 35enne curata dall’avvocato Alessio Verde, e il dottor Vincenzo Vecchione per la famiglia della vittima, assistita dall’avvocato Demetrio Rivellino. La relazione sarà depositata nei prossimi mesi presso la Procura di Campobasso e servirà a stabilire le cause esatte che hanno portato al decesso dell’uomo. Una tragedia che ha scosso la piccola comunità di Civita ma anche quella di Bojano, che ora si stringono attorno alla famiglia e chiedono giustizia per Nicola.
La lettera di Antonio Sinibaldi: un colloquio immaginario con il padre pensando a Nicola
“Papà,
oggi ti scrivo da un tempo che, forse, anche tu faresti fatica a capire.
Ti scrivo da questo 2026 in cui abbiamo telefoni che ci permettono di parlare con il mondo e che tu non volevi usare, macchine che pensano quasi al posto nostro, strumenti che ci fanno arrivare ovunque in pochi secondi, leggi più precise, telecamere, numeri di emergenza, protocolli, campagne, parole nuove per spiegare dolori antichi.
Poi, però, basta uno sguardo, basta un “no”, basta una frase detta nel momento sbagliato, un’opinione diversa, una precedenza non data, un amore finito, una gelosia scambiata per possesso, una rabbia tenuta dentro troppo tempo, una fragilità trasformata in violenza, per ritrovarci ancora qui, davanti alla stessa domanda che fa male: com’è possibile?
Com’è possibile che una persona possa uscire di casa e non tornare più per un motivo che nessuno, davvero nessuno, potrà mai chiamare motivo?
Com’è possibile che una vita possa essere spezzata perché qualcuno non accetta un rifiuto, una libertà, una distanza, una parola, un confine?
Pensavo a te, papà, perché quando succedono certe cose viene naturale cercare dentro di sé una voce che rimette ordine. Mi chiedo cosa mi diresti? Mi chiedo se anche tu avresti paura per me, per i tuoi nipoti, per questa società che corre tanto, parla tanto, giudica tanto, si indigna tanto poi, spesso, resta ferma proprio dove dovrebbe muoversi perché la violenza, papà, non nasce sempre con un coltello in mano, molte volte nasce prima.
Nasce in una parola che umilia.
In una minaccia detta a bassa voce.
In un telefono controllato.
In un “tu non esci”.
In un “senza di me non sei niente”.
In uno schiaffo chiamato nervosismo.
In una persecuzione chiamata amore.
In una gelosia scambiata per sentimento.
In una rabbia che tutti vedono, ma che pochi hanno il coraggio di nominare.
Oggi lo Stato ha, avrebbe, strumenti veri.
Lo scrivo così, papà, con questa parola in mezzo, avrebbe, perché sulla carta quegli strumenti ci sono, esistono davvero, non sono invenzioni, non sono frasi buone per un convegno o per una giornata commemorativa.
Esiste una legge che tutti chiamano Codice Rosso, nata per dire una cosa semplice e terribile insieme: quando una persona denuncia una violenza domestica o una violenza di genere, il tempo non può essere trattato come una formalità. Il tempo, in certi casi, è già protezione oppure è già abbandono.
Esiste una legge più recente, del 2023, che ha rafforzato ancora di più alcune misure, perché lo Stato ha capito, almeno nella scrittura delle norme, che non basta ascoltare una vittima dopo mesi, non basta aprire un fascicolo e lasciare che la paura continui a dormire nella stessa casa, nella stessa strada, nello stesso telefono, nello stesso portone. Ci sono strumenti come l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento, il controllo con braccialetto elettronico, le misure cautelari, gli interventi urgenti quando il pericolo non può aspettare.
Poi c’è una legge ancora più nuova, entrata in vigore alla fine del 2025, che ha introdotto il delitto di femminicidio come reato autonomo, nei casi in cui una donna venga uccisa dentro una logica di odio, dominio, possesso, controllo, discriminazione, prevaricazione o rifiuto non accettato.
Te lo immagini, papà?
Siamo arrivati al punto di dover scrivere nella legge che una donna non può morire perché qualcuno la considera sua.
Siamo arrivati al punto di dover dare un nome giuridico a qualcosa che, prima ancora del codice penale, dovrebbe essere chiaro nella coscienza di ogni essere umano.
Nessuno possiede nessuno.
Nessuno può trasformare l’amore in una gabbia.
Nessuno può chiamare sentimento ciò che è controllo.
Nessuno può decidere che la libertà di un’altra persona finisca dove comincia la sua incapacità di accettare un rifiuto.
Questo, papà, mi fa male.
Mi fa male perché da una parte mi dico che le istituzioni, oggi, possono fare molto più di prima. Le forze dell’ordine possono raccogliere una denuncia, possono intervenire, possono ascoltare, possono indirizzare una persona verso percorsi protetti, possono attivare procedure, possono valutare una richiesta di ammonimento, possono dare peso a messaggi, minacce, referti, screenshot, chiamate, racconti, segnali. I giudici possono disporre misure, vietare avvicinamenti, imporre distanze, decidere controlli, applicare restrizioni, fermare chi rappresenta un pericolo, quando la legge e gli elementi lo permettono.
Dall’altra parte, però, mi chiedo quante volte tutto questo arriva tardi.
Quante volte una persona aveva già parlato.
Quante volte qualcuno aveva già visto.
Quante volte un vicino aveva sentito.
Quante volte un amico aveva capito.
Quante volte una madre, una sorella, un collega, un figlio, avevano percepito che qualcosa non andava, ma si erano detti, forse per paura, forse per pudore, forse per abitudine, “non mi devo intromettere”.
Forse è proprio qui che dobbiamo avere il coraggio di fermarci perché una legge può aprire una strada, ma una società deve decidere se percorrerla.
Una divisa può intervenire, ma qualcuno deve avere il coraggio di chiamare.
Un giudice può firmare un provvedimento, ma prima devono arrivare segnali, denunce, prove, parole, richieste d’aiuto.
Una vittima può chiedere aiuto, ma deve trovare dall’altra parte qualcuno che non le dica “forse stai esagerando”.
Questa frase, papà, “forse stai esagerando”, quante vite avrà lasciato sole?
Quante paure avrà rimesso in tasca?
Quante donne, quanti ragazzi, quante persone, saranno tornate a casa pensando che, se nemmeno chi le ascolta ci crede davvero, allora forse è meglio tacere?
No.
Non possiamo più permettercelo.
Chi subisce deve sapere che può chiamare il 112 quando c’è un pericolo immediato. Deve sapere che può andare dai Carabinieri o dalla Polizia di Stato. Deve sapere che non serve avere un testimone per raccontare ciò che sta vivendo, anche se ogni prova può aiutare: messaggi, vocali, fotografie, referti, screenshot, chiamate, tutto ciò che racconta una minaccia prima che diventi tragedia. Deve sapere che esiste il 1522, gratuito, attivo giorno e notte, pensato per chi vive violenza o stalking e ha bisogno anche solo di capire da dove cominciare.
Ma anche noi, papà, dobbiamo sapere qualcosa.
Dobbiamo sapere che non si ride davanti a una frase violenta.
Non si normalizza un uomo che controlla.
Non si giustifica una donna che umilia.
Non si minimizza un ragazzo che minaccia.
Non si chiama “carattere forte” una persona che spaventa tutti.
Non si chiama “amore malato” ciò che amore non è più da tempo.
Non si dice “sono fatti loro” quando una casa diventa una prigione.
Perché la sicurezza, papà, non è solo una pattuglia che arriva.
La sicurezza è anche una comunità che si accorge.
È un amico che non copre.
È un parente che non fa finta di niente.
È un collega che ascolta davvero.
È un vicino che chiama.
È un insegnante che coglie un cambiamento.
È un genitore che insegna a un figlio che un no non è un’offesa.
È un padre che insegna che la forza non è dominio.
È una madre che insegna che l’amore non deve fare paura.
È una scuola che educa al limite, al rispetto, alla frustrazione, alla sconfitta, alla fine di una relazione, alla rabbia che non può diventare mano, lama, insulto, persecuzione.
Forse, papà, il problema più grande è che abbiamo insegnato tante cose ai nostri figli, ma a volte abbiamo dimenticato di insegnare come si perde.
Come si perde una discussione.
Come si perde un amore.
Come si perde una persona.
Come si perde una certezza.
Come si accetta che l’altro non ci scelga.
Come si resta umani anche quando fa male.
Perché chi non sa perdere, prima o poi, può convincersi che distruggere sia una forma di risposta.
A me fa paura pensare al futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti se continuiamo ad abituarci alla violenza come se fosse una notizia tra le altre.
Mi fa paura una società in cui una vita può finire per una parola.
Mi fa paura una società in cui una donna deve temere chi diceva di amarla.
Mi fa paura una società in cui un ragazzo può essere ucciso per una lite, uno sguardo, una frase, una provocazione, una follia di pochi secondi.
Mi fa paura una società in cui il rispetto sembra diventato debolezza, mentre l’arroganza si traveste da carattere.
Vorrei dirti che stiamo migliorando.
Vorrei dirti che le leggi bastano.
Vorrei dirti che ogni segnale viene raccolto in tempo.
Vorrei dirti che chi ha paura viene sempre creduto.
La verità, papà, è più scomoda.
Le leggi ci sono, ma devono essere applicate con prontezza.
Gli strumenti ci sono, ma devono essere usati prima.
Le denunce esistono, ma non devono restare sole.
Le istituzioni ci sono, ma devono sentire il peso umano di ogni foglio, ogni chiamata, ogni referto, ogni frase detta tremando.
Noi cittadini ci siamo, ma dobbiamo smetterla di considerarci spettatori.
Serve una responsabilità collettiva.
Serve che una minaccia venga presa sul serio prima.
Serve che una persona spaventata non debba dimostrare di essere già distrutta per essere ascoltata.
Serve che chi vede parli.
Serve che chi sa non si nasconda.
Serve che chi sbaglia venga fermato.
Serve che chi giudica lo faccia in tempo, con attenzione, con umanità e con fermezza.
Serve che lo Stato sia vicino prima della tragedia, non soltanto dopo, quando restano fiori, silenzi, post, lacrime e domande senza risposta.
Io non voglio vivere in un Paese in cui ci abituiamo a dire “un’altra vittima”.
Non voglio che i nostri figli crescano pensando che la violenza sia una possibilità dentro le relazioni, dentro le strade, dentro le famiglie, dentro le parole.
Non voglio che i nostri nipoti imparino la paura prima della fiducia.
Vorrei, invece, che imparassero una cosa semplice: la vita degli altri non ci appartiene. Mai.
Nemmeno quando li amiamo.
Nemmeno quando ci lasciano.
Nemmeno quando non ci capiscono.
Nemmeno quando ci dicono no.
Nemmeno quando la pensano diversamente da noi.
Forse è da qui che bisogna ripartire, papà.
Da una frase semplice, quasi antica, che oggi sembra diventata rivoluzionaria.
Nessuno ha diritto di spegnere la vita di un altro essere umano.
Nessuno.
Chi ha paura deve chiedere aiuto.
Chi vede deve parlare.
Chi può intervenire deve farlo.
Chi rappresenta le istituzioni deve ricordarsi che dietro una pratica non c’è solo una pratica.
C’è una voce.
C’è una casa.
C’è un corpo che trema.
C’è una madre.
C’è un figlio.
C’è una persona che, forse, non sta chiedendo solo giustizia.
Sta chiedendo tempo.
Sta chiedendo protezione.
Sta chiedendo futuro.
Sta chiedendo di vivere.
Papà, ti saluto ora, ti ho fatto perdere molto tempo, lo so, ma oggi era il momento di farmi questa chiacchierata con te e, se ci fossi stato davvero accanto a me, avremmo parlato molto a pranzo e magari anche dopo cena…
Ti saluto con la stessa domanda che, forse, avrei voluto farti seduto accanto a te, in silenzio, senza bisogno di spiegare troppo: che mondo stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi?
Forse tu non avresti avuto tutte le risposte.
Forse mi avresti guardato come facevi tu, con quella serietà che diceva più di tante frasi e mi avresti fatto capire che, certe cose, non si risolvono solo indignandosi, ma tornando a educare, a rispettare, a proteggere, a esserci.
Allora provo a fare questo, papà.
Provo a non restare zitto.
Provo a non abituarmi.
Provo a credere che anche una parola scritta, se nasce dal dolore e dalla responsabilità, possa servire a qualcuno per fermarsi un attimo prima, per chiedere aiuto, per ascoltare una paura, per non girarsi dall’altra parte.
Ti mando questo pensiero, portalo con te, se puoi, io lo lascio qui, a chi mi conosce, a chi mi legge, a chi magari oggi ha bisogno di ricordare una cosa semplice, ma enorme:
“La vita va custodita.
Sempre.
Prima delle opinioni.
Prima dell’orgoglio.
Prima della rabbia.
Prima del possesso.
Prima di tutto”.
Ciao papà.
Mi manchi.
Anche oggi, soprattutto oggi.
Antonio Sinibaldi
6 Maggio 2026 ore 22:52
611 giorni che non ci sei più… 1 giorno che non c’è più Nicola…”




